
Il fondatore dell'Associazione
Don
Italo Calabrò, il 9 giugno 1990, inizia il
suo testamento spirituale con queste parole:
“
All’improvviso, nel mese di aprile 1990, il Signore mi ha chiaramente
avvertito che la mia giornata volgeva rapidamente al declino”.
Ma chi era don Calabrò, come ha vissuto il suo sacerdozio, come
ha servito Cristo, la Chiesa, i poveri?
I primi anni della sua vita
Don
Italo Calabrò1 è nato a Reggio il 26 settembre 1925
ed è cresciuto in una famiglia di alta moralità, che lo
ha educato al lavoro e alla fede. Mentre era studente di vivace intelligenza
e grandi capacità culturali al liceo classico “T. Campanella” di
Reggio Calabria, comunicò ai suoi genitori il desiderio di diventare
sacerdote.
Più di tutti fu la mamma, Teresa Cilione, a credere nella vocazione
del figlio Italo. Anche suo padre, Giovanni, dopo un primo momento di “delusione”,
fu favorevole all’ingresso del figlio in seminario. Ottenne, però,
che prima terminasse gli studi liceali. In questa fase della vocazione
Italo viene seguito dallo zio, don Francesco Calabrò, parroco
della Cattolica di Reggio.
A 17 anni consegue la maturità classica al liceo “T. Campanella” ed
entra nel seminario diocesano Pio XI di Reggio dove affina e completa
la sua preparazione. I compagni, i docenti e i superiori lo ricordano
come il migliore di tutti i seminaristi non solo per la bravura nel superare
gli esami ma anche per il carattere gioviale e per la generosità nell’aiutare
e incoraggiare chi faceva più fatica ad andare avanti. Il 25 aprile
1948 viene ordinato sacerdote dall’arcivescovo Antonio Lanza del
quale diventa subito segretario. L’improvvisa morte del pastore,
avvenuta il 23 giugno 1950, provoca a don Italo tanto dolore e sofferenza.
La vocazione sacerdotale
Don
Italo comincia a sperimentare fin dai primi anni di sacerdozio che
la sequela di Cristo
non è per niente facile. Già in quella
amara prova, sostenuto con grande affetto da mons. Demetrio Moscato arcivescovo
di Salerno, e successivamente nominato amministratore apostolico di Reggio,
don Calabrò testimonia il suo amore e la fedeltà a Cristo
e alla sua Chiesa. Nel settembre del 1950 viene nominato arcivescovo
di Reggio mons. Giovanni Ferro che guida la diocesi per 27 anni.
Don Italo, entrato nel cuore di mons. Ferro, diventa suo stretto collaboratore
e ricopre via via negli anni molteplici incarichi diocesani. È educatore
e insegnante nel seminario diocesano, assistente dei giovani di Azione
Cattolica (GIAC) e poi degli Uomini Cattolici, segretario e direttore
dell’Ufficio amministrativo diocesano, cerimoniere del Capitolo
Cattedrale, viceparroco e, dal 1964 sino all’ultimo istante della
sua vita, parroco di San Giovanni di Sambatello dove dispose di essere
sepolto.
A 24 anni è già canonico e rinuncia a tale carica nel 1960.
Giudice del Tribunale Ecclesiastico Regionale dal 1959 al 1974 è anche
ispettore di religione per l’Italia Meridionale dal 1965 al 1971.
Presidente dell’Opera Diocesana Assistenza (ODA) dal 1955, viene
nominato presidente della Caritas Diocesana fin dalla fondazione della
stessa, nel 1970, e ne è Delegato Regionale dal 1971 al 1985.
È
cofondatore della Caritas Italiana e per diversi anni ricopre la carica
di vicepresidente nazionale. Vicario episcopale per le attività assistenziali
e caritative dal 1971, è anche Vicario Generale dell’Arcidiocesi
di Reggio dal 1974 alla morte. I poveri e i giovani sono i due grandi
poli tra cui si svolge tutta l’intensissima azione pastorale e
civile di don Italo. Educatore di intere generazioni giovanili, sia nelle
file dell’associazionismo cattolico sia nel mondo della scuola,
insegna religione per lunghissimi anni fino al 1979 in diversi istituti
cittadini. Sacerdote di Cristo per i fratelli, con una predilezione per
i più poveri, vive la sua vita con la consapevolezza che “la
vocazione è un dono per una missione. Dio chiama ogni uomo perché sia
manifestazione vivente del suo amore per l’umanità. Perciò Dio
chiama per inviare ognuno per un servizio ai fratelli determinato dal
dono personale di cui lo ha arricchito”2.
A servizio di Dio e dei fratelli
Fu
un prete santo perché rispose alla chiamata del Signore con
viva fede e spirito di sacrificio, amando Dio e i fratelli. Guardava
la realtà, e in essa si incarnava, con la mentalità formata
alla scuola della Bibbia e del magistero della Chiesa. Ai fratelli e
a Dio donava tutto ciò che era ed aveva. Non si appropriò dei
talenti che la provvidenza gli aveva donato, li usò sempre per
il bene e la liberazione di quanti il Signore metteva sulla sua strada.
Pur assumendo pesanti compiti ecclesiali e civili, non caricò la
sua esistenza di fardelli che potessero indebolire o allentare il passo
e la voce del profeta. Il suo modo di vivere, il suo vestire, il suo
parlare, esprimevano la libertà di chi aveva deciso di seguire
Cristo e di farsi tutto a tutti.
La sua casa era luogo di accoglienza e scuola di vita spirituale: aveva
allestito una camera per la pronta accoglienza dei giovani da lui seguiti
che si trovassero in particolare difficoltà. Anche l’essenzialità del
suo cibarsi esprimeva sobrietà e rispetto per chi non aveva di
che nutrirsi. Considerava il danaro strumento da usare con parsimonia
e attenzione: ai soldi non si attaccò mai e anche il modo di “trattarli” ne
esprimeva il distacco. Per il suo carattere aperto e gioviale era capace
di entrare subito in relazione di amicizia e di condivisione con chiunque
incontrasse. Vive la sua affettività con serenità e armonia.
Don Italo non si sentì mai un convertito realizzato pienamente:
sapeva che ogni giorno doveva rinnovare il suo “si” al Signore
e purificare la sua vita dalle incrostazioni. Rinvigoriva il suo cammino
attingendo grazia e sapienza dall’Eucaristia e dalla preghiera,
che apriva e chiudeva le sue giornate. L’incontro con i poveri,
che in lui trovavano conforto, orientava e illuminava le sue scelte. “I
poveri”, - diceva - “sono i nostri padroni. I poveri sono
Cristo, l’ottavo sacramento”. Nel suo testamento spirituale
lo stesso don Italo raccoglie in una breve frase il senso più profondo
della sua esistenza: “Amatevi tra voi, di un amore forte, di autentica
condivisione di vita; amate tutti coloro che incontrate sulla vostra
strada, nessuno escluso, mai! È questo il comandamento del Signore”.
Il Vangelo era la legge ed il riferimento fondativo della sua esistenza,
che egli ha consumato nella continua testimonianza dell’amore di Cristo.
Impegnato fin da giovane in delicati e difficili incarichi pastorali, mise
sempre al centro della sua vita sacerdotale il servizio ai più poveri.
Con
i giovani ed i più poveri
Nel
1968, coinvolgendo un gruppo di suoi studenti dell’Istituto
Tecnico Industriale “A. Panella” ed altri giovani, don Calabrò avvia
la Piccola Opera Papa Giovanni nella canonica della sua parrocchia di
San Giovanni di Sambatello per accogliere sei giovani disabili. Gli anni
seguenti sono un progressivo fiorire di comunità di accoglienza,
centri di riabilitazione, gruppi di volontariato da lui voluti e animati:
nascono così case famiglia per minori in difficoltà e ragazze
madri, comunità per disabili, servizi per adolescenti con problemi
con la giustizia, cooperative di solidarietà sociale per l’inserimento
lavorativo di ragazzi emarginati, famiglie aperte all’affidamento
e alla adozione.
Un’attenzione particolare don Calabrò dedica, sin dai primi
anni ‘70, al problema dell’ospedale psichiatrico reggino
e, dopo l’emanazione della legge 180 del 1978, al dramma dei dimessi.
Alle attività di volontariato interno allo Psichiatrico si affiancano,
così, nel corso degli anni, varie comunità di accoglienza
per malati mentali. L’ultimo progetto da lui voluto è un
Centro diurno polivalente per disabili, il centro “Tripepi Mariotti”,
che non ha fatto in tempo a inaugurare.
Attento ai giovani, con i quali aveva un dialogo aperto e sincero, avviò con
alcuni di essi, sempre agli inizi degli anni settanta, il Centro Comunitario
Agape, una comunità da lui realizzata per la comunione di vita
con i più poveri ed eretta ad Ente Morale nel 1983.
Nella Piccola Opera Papa Giovanni don Italo buttò un seme di amore
che in questi anni è cresciuto e si è moltiplicato grazie
all’impegno generoso e sapiente di tanti amici che sono rimasti
fedeli alle motivazioni originarie. Attraverso la sua testimonianza,
innanzitutto, richiamava la Chiesa e la società a essere attente
ai bisogni dei fratelli emarginati.
Da vero profeta non si limitava a elencare i diritti dei poveri ma intendeva “gridarli” a
partire dalla sua vita. Gli ospiti e i dimessi dell’Ospedale Psichiatrico,
le ragazze madri, i barboni, i minori abbandonati fuori e dentro gli
istituti, i disoccupati, erano per don Italo persone da servire, da liberare
dall’emarginazione, da restituire alla dignità di uomini.
Non erano categorie sociali, gruppi di persone.
Conosceva i nomi e le storie di tutti loro e a ciascuno cercava di dare
una mano per risolvere qualche problema. Quando qualcuno lo ringraziava
lui rispondeva sempre “dovere”. Si, perché lo stile
di don Italo era fondato sulla gratuità. “Gratuitamente
avete ricevuto, gratuitamente date”. “Noi amiamo” -
diceva - “perché Dio ci ama per primo. E quello che noi
riusciamo a donare è sempre grazia, dono di Dio da restituire
ai fratelli, perché niente ci appartiene, tutto è dono
di Dio”.
Testimone
della carità
La
sua carità non aveva limiti: attenta, premurosa, umile. Ma
la riconduceva sempre a Cristo. “Siamo servi inutili”: era
una citazione che amava farci ricordare ogni qualvolta noi eravamo orgogliosi
per aver realizzato qualche buona azione o per essere riusciti in qualche
iniziativa. Apriva continuamente “fronti” di servizio per
i fratelli in difficoltà: iniziando quasi sempre con pochi strumenti
realizzava grandi opere educative. Così dopo la sua prima esperienza
di accoglienza avviata a San Giovanni di Sambatello nella casa canonica,
faceva nascere, grazie alla disponibilità di altri sacerdoti,
laici e comunità cristiane, nuove esperienze di solidarietà per
i minori, i malati mentali, gli anziani.
Don Calabrò credeva, per tutta la Chiesa e i cristiani, nell’importanza
pedagogica di tali scelte. Egli richiamava continuamente, infatti, la
necessità per la Chiesa e per i cristiani di mettere a disposizione
dei poveri i propri edifici e risorse. “Se i beni della Chiesa
non li mettiamo a disposizione delle necessità dei poveri” -
diceva - “ non sono benefici ma malefici della Chiesa”. Gli
stessi locali della diocesi, come quelli del “cortile della Curia”,
per molti anni furono luogo privilegiato per l’accoglienza dei
poveri.
La Chiesa diveniva sempre più “casa madre”, focolare
di amore, grembo materno che accoglie i figli più fragili. La
Chiesa così fa proprie le fatiche e le sofferenze, le ansie e
le angosce degli uomini e li accompagna in un cammino di speranza. La
sua fede nella Chiesa Santa e Cattolica lo spingeva a calarsi nella realtà sociale
per denunziare tutto ciò che opprimeva l’uomo e ne impediva
la liberazione.
Parroco e Vicario Generale
Sacerdote
formatosi in anni preconciliari, seppe trarre dal Concilio Vaticano
II tutta
la forza innovativa che incarnò nella sua missione
a servizio della diocesi. Determinante è il suo contributo per
l’adeguamento della nostra chiesa locale agli orientamenti partecipativi
e comunionali del Concilio Vaticano II e in particolare per l’istituzione
dei Consigli Presbiterale e Pastorale.
Manifesta le sue capacità anche nel corso dei 15 anni in cui,
mentre è parroco di San Giovanni di Sambatello, è vicario
generale, prima negli ultimi anni di episcopato di mons. Ferro, poi con
mons. Sorrentino. Don Calabrò contribuisce in maniera determinante
alla realizzazione di due eventi di eccezionale portata storica per Reggio
e per l’intera Calabria: la visita di Giovanni Paolo II nel 1984
e la Celebrazione del XXI Congresso Eucaristico Nazionale nel 1988 con
la seconda visita del Pontefice.
Uomo di grande apertura e coraggio
Don
Italo sa precorrere i tempi e cogliere i segni del cambiamento: la
scelta dei poveri e
la promozione del volontariato in anni in cui
tali scelte non erano prive di ostacoli e incomprensioni; l’impegno
per la pace e la non violenza (è tra i primi in Italia a sostenere
e a diffondere l’obiezione di coscienza al servizio militare);
l’apporto della Chiesa per il Mezzogiorno.
Condannò la mafia, indicando alla comunità ecclesiale e
civile la via della ferma denuncia. Si impegnò per fare uscire
dagli istituti quanti più bambini, malati mentali, donne era possibile,
promovendo anche la dimensione della giustizia per la realizzazione di
leggi e strutture più umane e adeguate.
Lavorò instancabilmente con i giovani, quelli del suo “Panella” innanzitutto,
la scuola dove insegnò per tanti anni, educandoli e incoraggiandoli
ad avere fiducia in se stessi e mettendoli nella condizione di fare esperienze
di vita liberanti.
Dialogava con tutti, senza alcun pregiudizio ideologico. Non imponeva
il suo punto di vista se non quando si trattava di mettersi a disposizione
degli ultimi. Cercava di fare lui per primo quello che chiedeva agli
altri, così i principi della solidarietà e della condivisione
li applicava innanzitutto a se stesso.
L’impegno
per il riscatto del Sud
Convinto
che tutto andava messo a servizio dei fratelli, il 18 marzo 1981 donò la sua casa, dove continuò a vivere pagando un
affitto mensile, al Centro Comunitario Agape “per garantire maggiore
stabilità” - scrive ai suoi vicini condomini - “anche
patrimoniale alla comunità Agape”. Per non staccarsi dal
servizio ai poveri per due volte rinunciò all’incarico episcopale.
Una scelta non facile, che però visse senza rimpianti e ripensamenti:
la Chiesa per don Italo fu realmente luogo di servizio e di comunione.
Cristo e i poveri erano il suo orizzonte di vita. Nel 1973 viene chiamato
dall’allora Segretario della Conferenza Episcopale Italiana, mons.
Enrico Bartoletti, a collaborare ad un documento episcopale sul Meridione
e più tardi accoglie con grande favore il testo redatto dai vescovi
italiani nel 1989 sul Sud, di cui si fa propagatore in molte diocesi.
Disoccupazione giovanile e mafia sono i due punti su cui concentra il
suo impegno per il Sud. Non cessa mai di invocare un deciso intervento
dello Stato per una reale crescita occupazionale, come argine al degrado
della convivenza civile, allo strapotere mafioso e al dilagare di metodi
clientelari e corrotti nella gestione della cosa pubblica e nella classe
politica.
È
anche l’ispiratore del documento del gennaio 1990 con cui il Consiglio
Presbiterale di Reggio Calabria denuncia atti di intimidazione contro
sacerdoti della diocesi, che susciterà enorme scalpore sulla stampa
e nella Chiesa italiana.
Nei suoi scritti troviamo una pagina molto significativa che rivela la
sua alta spiritualità: “Il Signore mi ha potato e purificato
più volte: dolori fisici e prove morali, sofferenze, angosce,
delusioni, difficoltà, perché io portassi più frutto.
Mi ha anche umiliato, perché non montassi in superbia e sicura
fosse la mia rovina. Ti benedico Signore. Potami ancora, quando e come
tu vuoi, ma fa che nell’ora della prova ti ami ancora. La prova
non è fine a se stessa, ma è per la vita”.
L’ora
della purificazione
Così venne per don Italo il tempo della grande purificazione.
Gli ultimi mesi della sua vita li visse unito ancora più profondamente
al Cristo, suo Signore, attraverso il mistero della croce. E venne l’ora,
all’alba del 16 giugno del 1990, in cui il Signore chiese a don
Italo di sciogliere le vele, di non lottare più perché bastava
quanto aveva combattuto.
Il giorno delle sue esequie venne salutato da quasi tutti i poveri che
aveva servito. La Cattedrale era piena di gente che piangeva l’amico
premuroso, il fratello sempre vicino, il sacerdote di Cristo che aveva
saputo donarci l’amore del Padre. Don Italo Calabrò, al
di là delle molteplici iniziative da lui condotte, resta nel ricordo
di tutti come uomo e sacerdote di fede profondamente vissuta nella storia
del suo tempo, come compagno di strada dei più deboli, come credente
capace di intessere un’intera esistenza nel segno dell’amore
e nell’incarnazione del messaggio evangelico.
Assieme a papa Giovanni XXIII, continua a benedire e illuminare il nostro
servizio
ai fratelli e l’esperienza della Piccola Opera, che è nata per essere
testimonianza vera, forte e continua dell’amore di Cristo per i più piccoli.
Le origini della Piccola Opera
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